A chi mi rivolgo e come

Approccio

A chi mi rivolgo

Ci sono momenti in cui i contorni della nostra vita sembrano sfumare, ci accorgiamo che qualcosa non è più come prima. Incominciamo a provare una sofferenza a cui spesso non riusciamo nemmeno a dare un nome. Il primo passo è riconoscere questo nuovo stato e provare ad avere fiducia, non solo in noi stessi, ma anche nella possibilità di essere accompagnati. Potrebbero emergere nuove ipotesi su di noi, prospettive capaci di dare un senso e stimolare un cambiamento nel modo in cui ci relazioniamo con ciò che ci circonda: famiglia, scuola, lavoro, affetti e sentimenti.

Accolgo adolescenti, giovani adulti, adulti e famiglie che sentono il desiderio di comprendere più a fondo ciò che sta togliendo serenità ed equilibrio alla loro quotidianità, e che vogliono ritrovare un modo più autentico e stabile di stare nel proprio mondo.

Alcuni esempi:
Disturbo d’Ansia, Disturbo da Attacchi di panico, Depressione, Disturbi di personalità, Disagi e difficoltà dell’età adolescenziale, Isolamento in età evolutiva, Terapia familiare, Supporto alla genitorialità, Elaborazione del lutto…

…e con quale approccio

Il mio lavoro si fonda sull’approccio sistemico-relazionale: una prospettiva che considera la persona non come un individuo isolato, ma come parte di una rete di legami. Questa rete nasce nella famiglia di origine e si estende, nel tempo, a tutti gli ambiti della vita.

Ho incontrato questo orientamento durante gli studi universitari e ne sono rimasta subito affascinata: ogni sintomo, ogni difficoltà, non è mai soltanto un “problema del singolo”, ma un messaggio che prende forma all’interno delle relazioni e del contesto sociale e culturale in cui la persona è inserita.

In questa cornice, la distinzione tra normalità e patologia perde rigidità. L’individuo non viene pensato come “contenitore” del disturbo o del malessere, ma come parte di un sistema più ampio che contribuisce a dare senso a ciò che accade. Le eventuali etichette diagnostiche non vengono negate né rifiutate, ma non rappresentano il fulcro del lavoro clinico, che resta innanzitutto un lavoro sulle relazioni.

Il focus è infatti su quanto avviene tra le persone, non sulle loro singole caratteristiche. È di Bateson la celebre frase: “Una mano non è cinque dita ma quattro relazioni”.

Tra i diversi orientamenti sistemici, ho scelto il Milan Approach, sviluppato da Boscolo e Cecchin dopo un intenso periodo di collaborazione con Selvini e Prata, intercorso negli anni ’70. Si tratta di una visione meno interventista e più aperta a ciò che può emergere nella relazione terapeutica: un percorso che mira alla co-costruzione di nuovi significati e che riconosce alla persona piena autonomia e libertà, in quanto unica vera esperta della propria esperienza.

Si lavora nel qui e ora, con un’attenzione particolare alle relazioni familiari, ai sistemi di significato e alle narrazioni che attraversano la storia personale e transgenerazionale. Non si tratta di “aggiustare” qualcuno o di inseguire obiettivi prefissati, ma di favorire movimenti e cambiamenti nel sistema in cui la sofferenza prende forma, lasciando spazio alla ricerca di un nuovo equilibrio.

Il terapeuta, pur mantenendo una posizione di neutralità, è chiamato a seguire la propria curiosità, talvolta anche con un tocco di irriverenza, sospendendo il giudizio e accogliendo le domande in qualunque forma si presentino. Con la consapevolezza che insieme si potranno scoprire nuove narrazioni, nuove modalità di relazione. E nuove verità: sempre plurali, mai definitive.